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02
aprile
2014

I cammelli del Gobi e l’esistenza di Dio

Era davvero tanto tempo che non vedevo un film così sconvolgente.

Crimini, tragedie, alieni, violenza, scandali? Niente di tutto ciò!

Quello che ho visto è un documentario che si chiama “La Storia del Cammello che Piange”.

È ambientato in Mongolia, nel deserto del Gobi, dove — come potete vedere — lo spazio non manca…

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Racconta la vita di una famiglia di pastori che allevano pecore e cammelli in mezzo al nulla e vivono nelle loro yurte.

Non è doppiato ma soltanto sottotitolato. La storia, per usare un eufemismo, non è particolarmente movimentata

Insomma, ci sarebbero tutti i presupposti per un “mattone” di proporzioni bibliche!

Eppure… eppure… alla fine, rimani con la bocca aperta…


Per capire perché bisogna raccontare la storia.

Non ci vorrà molto: una mamma-cammella partorisce un puledro-cammello e — per qualche inspiegabile motivo — non lo riconosce. Non vuole allattarlo e lo scaccia malamente quando si avvicina.

(Il puledro-cammello ovviamente non è felice)

I pastori fanno molti tentativi ma non c’è niente da fare. Lo allattano artificialmente per non farlo morire.

Finché il vecchio nonno propone di fare un rituale

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Due dei più giovani della famiglia partono per un viaggio in cerca di un maestro di violino (il tradizionale Morin Khuur della Mongolia)

Il suonatore di violino infine arriva all’accampamento e accompagna uno speciale canto per la mamma-cammella…

…ed ecco, per magia, che la mamma-cammella piange e lascia avvicinare il suo piccolo per allattarlo.

Fine della storia. (Il puledro-cammello ovviamente è felice)

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Il fatto abbastanza sconvolgente è che la cammella piange veramente: dai suoi occhi sgorgano lacrime.

Ma bisogna essere sempre critici. Forse non dobbiamo “antropizzare” questa reazione…

Cosa vogliono dire quelle lacrime in cammellese? Magari ha capito che non è una brava mamma? O non sopporta la musica mongola? Chi può dirlo!

Invece sul fatto che prima del rituale la cammella scacciava il puledro, mentre dopo lo allatta — su questo non ci piove (soprattutto nel deserto del Gobi)

Potrebbe tuttavia sorgere il sospetto che si tratta solo di un montaggio fatto ad arte per raccontare una storia inventata.

Oppure che sono stati usati dei cammelli diversi, o chissà quali altre tecniche

…ma la storia è vera.

Volevo togliermi il dubbio e ho scritto una mail al regista — Luigi Falorni, italiano, che vive e lavora a Berlino.

Luigi mi ha risposto:

Ti confermo che il rituale e il suo esito sono reali. La scena che segue il rituale, nella quale si vede la mamma-cammello e il piccolo da soli, è stata ripresa immediatamente dopo il rituale.


Tutto ciò è infinitamente potente… non so a voi, ma a me si è aperto un mondo.

Esistono popoli che vivono ancora a così stretto contatto con la Natura da non aver dimenticato quali sono le corde universali che vibrano nell’anima del mondo.

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Non credo proprio che i nostri grandi scienziati siano in grado di fare una cosa del genere… non penso che siano nemmeno in grado di interpretarla.

Perché viene naturale farsi delle domande e trarre delle conclusioni.


I più religiosi potrebbero pensare che si tratta di un miracolo, cioè di una prova dell’esistenza di Dio.

Il problema dei religiosi è che fanno una grande confusione.

I religiosi tendono a confondere l’esistenza di una prova con la prova dell’esistenza.

Non è proprio la stessa cosa. Poi ovviamente ognuno è libero di pensare quello che vuole.


Con questo non voglio fare il tifo per i laici e gli scienziati. Gli scienziati non sono da meno!

Hanno una fede cieca nel metodo scientifico nei confronti del quale (come sapete) sono piuttosto critico

Gli scienziati sono quelli che ci fanno degli esami all’ospedale e ci dicono che possiamo stare tranquilli perché non abbiamo nessun tumore…

Noi tocchiamo legno, palle e ferro, poi ci rendiamo conto che anche gli scienziati fanno lo stesso tipo di errore: scambiano l’assenza della prova con la prova dell’assenza.

Quello che non riescono a spiegare, non esiste! — cammelli che piangono compresi.


E quindi? Anche se lo nomino spesso, personalmente, di Dio penso di poter dire ben poco.

Di una cosa però mi sento abbastanza certo: secondo me, a Dio piace farsi raccontare delle belle storie

Quella del cammello che piange è una storia di un’intensità formidabile, e grazie anche a Luigi Falorni, è arrivata dalle lande recondite del deserto del Gobi fino a noi.

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26
novembre
2013

Pedalando verso Nord

Sono ormai mesi che ricevo decine di mail al giorno dalle mie fans che mi chiedono disperatamente: “Eingel, perché non scrivi più?”

Beh… a parte le fans immaginarie, il fatto è che si cambia–interessi, progetti, attività… è naturale che sia così. E poi per scrivere, in verità, non c’è solo questo blog

(Intanto spero abbiate colto la citazione di una delle mie canzoni italiane preferite di sempre: Negrita – “Rotolando verso Sud…)

E insomma, anche se ultimamente scrivo poco, questo viaggio invece ve lo voglio proprio raccontare.

Iniziamo con un titolo più appropriato:

Pedalando00

Tutto è iniziato il 21 novembre scorso, quando sono partito da casa in bicicletta e invece che girare a sinistra verso la città, come faccio di solito, ho girato a destra, verso Nord.

Mentre pedalo tranquillo iniziano i primi pensieri demenziali a farmi compagnia durante la solitudine della strada:

Non c’è dubbio: è stato un colpo di stato
Non mi interessa, quel che è stato, è stato!”

Ma ora basta anche con le amenità.

Sono riuscito a partire che erano ormai le tre e mezza del pomeriggio, e questo significa che avevo poco più di un’ora di luce — le giornate corte sono il problema principale dei viaggi invernali.

Obiettivo: stare lontano dal traffico e dalla civiltà. Strategia: infilarsi a caso negli stradelli di campagna — più stretti sono, meglio è — seguendo il Nord sulla mia bussola attaccata al manubrio. Tattica: usa la Forza. Certezza: alla fine arriverò a Ferrara.

I primi aironi, bianchi e grigi, che si alzano goffi in volo disturbati dal mio passaggio nei campi. I primi cani sciolti… ‘azz… sono per caso entrato in casa di qualcuno? I più piccoli si spaventano con un urlaccio “pussa via!”, ma c’è un grosso molosso nero che sta studiando la mia traiettoria e mi punta addosso. Forse un Rottweiler?

Non ho vie di fuga, lo scontro è imminente… quando sono a tiro gli mollo un calcio prima che riesca a mordermi e proseguo a tutta velocità. Mi dispiace amico mio, spero di non averti fatto male! Ma credimi: non sarebbe stato facile spiegarti le che ero solo di passaggio e armato solo di buone intenzioni

Sta arrivando il buio e rischio di finire in un fosso. Non vedo neanche più la mia bussola e poi in questi periodi dell’anno è meglio dormire all’asciutto… sono costretto a tornare sulla strada statale per gli ultimi chilometri fino a Ferrara. Arrivo all’ostello, mi faccio consigliare un posto dove mangiare (come un maiale), poi a nanna.

Pedalando01

Il giorno dopo proseguo ancora verso Nord, attraversando la città e le sue mura fino ad arrivare all’argine destro del Po.

Salgo sulla ciclabile che corre in cima all’argine e giro a Est, verso il mare Adriatico.

Pedalando03

Una giornata idilliaca di pedalate tranquille, senza incrociare una macchina, sulla strada perfettamente pianeggiante.

C’è qualche paesino in vista e un’area di sosta verso il fiume dove mi fermo per un panino. Per il resto, solo pianura a perdita d’occhio… il deserto fatto campagna… gli spazi solitari che mi scaldano il cuore.

Che volete che vi dica… sono fatto così

Delta.panorama.thumb

(clicca l’immagine per aprire la versione full-res)

E’ quasi sera e spero di trovare da dormire. La ricettività della zona è piuttosto bassa, soprattutto fuori stagione… mi concedo solo una piccola sosta per ammirare il castello di Mesola poi proseguo, sempre lungo l’argine del Po. Voglio raggiungere il mare.

Pedalando02

E’ quasi buio quando arrivo a Gorino, un piccolo paesino di pescatori. Giusto il tempo per fare qualche foto senza bisogno del flash. La fame si fa sentire. C’è solo un ristorante aperto, e ringraziare. Mangio la migliore orata alla griglia della mia vita.

Finito di mangiare, sento una voce nella mia mente: è la testa del pesce nel piatto mi guarda e mi parla telepaticamente:

“Certo che sono buono da mangiare! Fino a ieri ero un pesce libero e selvaggio e mi scopavo tante belle pescioline… sei tu che fai schifo!

Capisco che è ora di andare a letto.

Pedalando04

I graffitari non mancano neppure qui! La classe, neanche quella.

Pedalando05

Lo sapevo che doveva arrivare una terribile perturbazione, ma a novembre che ci vuoi fare? L’alternativa era restare a casa e aspettare chissà quanto prima che le previsioni dessero qualche giorno di bel tempo. Però era già da alcune settimane che pensavo a questo viaggio e stava diventando un’ossessione.

Quando succede così, bisogna partire, così dopo sei tranquillo.

Le fortissime raffiche di vento della bufera facevano sbattere le ante dell’ostello e non mi lasciavano dormire. Mi rigiravo continuamente nel letto pensando all’effetto “vela” della mia mantella antipioggia che mi avrebbe fatto prendere il volo e finire dentro al fiume.

Una notte da orbi, come si suol dire…

Ma io ho battuto la bufera sul tempo: ho dormito fino a mezzogiorno, e al pomeriggio il vento si era calmato — pioveva a dirotto e basta. Non sono riuscito a fotografare nulla, neanche il cartello “Po di Gnocca” che genera false speranze negli uomini di buona volontà.

Pedalando06

Tutta la giornata sotto l’acqua, attraverso il Delta su strisce di terra circondate dall’acqua. Non c’era proprio nessuno in strada… solo qualche nutria spiccicata e moltissimi aironi, gabbiani, fenicotteri e mille altri uccelli.

C’è anche un grosso gambero che attira la mia attenzione. Mi fermo, lui solleva le chele in segno di minaccia. Deve essere caduto da un camioncino che porta il pesce. Lo butto in acqua… pluf! Per un attimo mi viene il dubbio: e se è annegato?

Alla sera arrivo a Chioggia, che fa rima con pioggia.

Non ci ero ancora stato, una vera chicca. All’ostello mi dicono: “E’ una piccola Venezia, ma più antica”“Immagino che non corra buon sangue”. Come sono perspicace.

A cena la fame condisce una delle migliori mangiate di pesce in una piccola trattoria che mi aveva consigliato l’ostellante. E’ talmente nascosta che se non la conosci non solo non la trovi, ma ti perdi a cercarla. Sono l’unico turista tra i chioggiotti.

Pedalando06

L’indomani riparto verso Venezia, non piove più e anzi si sta aprendo un po’… passerò più tempo in traghetto che in sella: il primo mi porta all’isola di Pellestrina. Vedo solo coppiette che si lasciano andare ad effusioni amorose… forse perché è domenica ed è tornato bel tempo? Il secondo per Lido, dove invece non c’è anima viva, tranne due signore russe che gestiscono un bar costosissimo.

L’avvicinamento a Venezia è davvero suggestivo, con le cime innevate all’orizzonte che fanno da sfondo. Sono di nuovo su una striscia di terra, con la laguna veneta alla mia sinistra e il mare Adriatico a destra (zoomare per credere… vedi mappa in fondo all’articolo).

Mi piace andare in barca e sentire il vento sulla faccia senza far fatica sui pedali! Ma a Venezia non ci non si può andare in bici, verboten: invece del vaporetto, eccomi sul terzo traghetto per l’isola del Tronchetto. Da lì prenderò finalmente il treno per tornare a casa.

Pedalando07

Finisce così il mio viaggio solitario da umarell (trad. dal bolognese: “uomo anziano”). Un itinerario completamente pianeggiante e alla portata di tutti, persino la mia.

Non ho usato il GPS perché mi sono orientato con la bussola sul manubrio e la cartina, che è molto più divertente… però ho disegnato il percorso su Google Maps, per non farvi mancare un po’ di modernità.

Ecco i dati di riepilogo del viaggio e, per finire, la mappa con zoom: (come promesso)

  • 1° giorno 44 km
  • 2° giorno 87 km
  • 3° giorno 78 km
  • 4° giorno 23 km
  • Totale 232 km

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