v2.11.12.08

Archive for agosto, 2011

18
agosto
2011

L’androide Karloff e il suo strano ego

State per leggere un racconto di fantascienza “cyberpunk“ con cui voglio presentarvi due protagonisti di futuri (e passati) racconti e riflessioni:

  • Cyclonius“, un giovane scienziato ribelle (già protagonista di un mio racconto di tanti anni fa–”Nyx“–che presto trascriverò su questo blog)
  • Karloff“, la sua più avanzata creazione (un cyborg umanoide ibrido, di settima generazione)

E l’immagine sbiancata qui sotto? Non ha alcun collegamento particolare al racconto ma trovo che comunichi solitudine e distanza, che ben si accostano alle tinte di questa storia…come il profumo liquirizia a un risotto allo zafferano (non ci credete? Provare per credere).
Ma lasciamo a dopo gli esperimenti gastronomici…adesso buona lettura.

Di natura, Cyclonius è un vero nottambulo, ma nei periodi di stress ha bisogno di sentire che tutto è sotto controllo e scatta in piedi alle prime luci dell’alba. Se qualcuno vivesse in casa con lui, saprebbe che c’è da iniziare a preoccuparsi…ma vive da solo da quando è scappato dal collegio (a tredici anni) e ha deciso di cancellare la sua identità e di chiamarsi “Cyclonius”.

Da allora ha sempre avuto una sola ossessione: superare il “Muro” dell’autocoscienza. Ai tempi di “Nyx“, dopo alcuni anni di ricerche in neurobiologia, si sottopose come cavia del suo stesso esperimento e per poco non ci restò secco…la padrona di casa venne a riscuotere i mesi scaduti di affitto e lo trovò in fin di vita, sdraiato sul letto con gli spinotti neurali, gli aghi endovenosi e tutto il resto. I medici lo davano per spacciato.

E invece, dopo 77  anni di coma profondo criogenizzato, Cyclonius è tornato in vita, ancora giovane, lucido, nel fiore della sua salute, come se nulla fosse successo. Un fatto piuttosto strano…per non parlare di quando riaprì gli occhi, che erano diventati viola (il sinistro) e verde (il destro). Ma nessuno ci fece caso, perché appena sveglio scappò dall’ospedale, e in 77 anni di tempo i pochi familiari e amici che gli erano rimasti erano morti.


Si era risvegliato dal coma, ma la sua ossessione era ancora lì: attraversare il “Muro” che separa ciascun essere autocosciente dal resto del mondo–e dagli altri. Come nel Cielo sopra Berlino di Wim Wenders, Cyclonius continuava a chiedersi: “Perchè io sono io, e perchè non sei tu?“, e così via–ma questo lo sapete dai tempi di “Nyx“.

Cyclonius aveva hackerato una banca svizzera prelevando impunemente una quantità incommensurabile di fondi: non temeva la concorrenza di nessuna università, azienda o stato del mondo. E poiché aveva una capacità di apprendimento eccezionale e lavorava da solo, senza bisogno di gestire la burocrazia dei team di ricerca, poteva generare risultati e prototipi in tempi rapidissimi…un po’ come nei fumetti…ad esempio Iron Man nelle caverne dell’Afghanistan o Batman nei laboratori della Wayne corporation…

In quei 77 anni in cui aveva dormito a 43 gradi sottozero, il mondo non aveva prodotto evoluzioni scientifiche e tecnologiche davvero significative, a parte il teletrasporto, che a Cyclonius non interessava. Esistevano dei ”chip cognitivi” che cercavano di riprodurre il funzionamento del cervello umano sul silicio, con risultati piuttosto ridotti in termini di applicazioni (e per nulla interessanti per le ricerche di Cyclonius). Anche i tentativi opposti–partire dall’uomo invece che dal silicio, innestandogli organi ed arti bionici–procedevano con velocità e aspettative davvero modeste.

L’umanità era al capolinea dell’innovazione: serviva un nuovo Prometeo per aprire possibilità inesplorate. Cyclonius pensò che l’unica soluzione era stravolgere le prospettive. Progettò uno chassis (un adroide in lega leggera sovrapotenziato), predisposto con un’interfaccia uomo/macchina adatta ad ospitare un sistema nervoso umano autonomo.

Mentre lavorava duramente nel suo laboratorio, in lui nasceva un dubbio crescente: aveva cercato di attraversare il “Muro” dell’autocoscienza–ciò che separa l’io dal tu–ma dopo “Nyx” aveva capito che era impossibile farlo in prima persona senza rischiare la vita. Così aveva creato un lui–un cyborg ibrido umanoide–che avrebbe dovuto farlo al posto suo. Non c’era alternativa, ma era davvero la strada giusta, o si stava allontanando dal set del film?

Terminato lo scheletro bionico, Cyclonius lo immerse in una cultura biologica e gli fece crescere “addosso” un sistema nervoso umano geneticamente modificato–a partire dal cervello vero e proprio, fino a tutte le terminazioni nervose, che si andarono ad intrecciare e fondere con le interfacce uomo/macchina in solfuro di rame dell’androide.


E fu così che, finalmente, dopo anni ed anni di ricerca e di innumerevoli tentatativi, stava prendendo vita la sua creatura. Fu a causa della statura considerevole (oltre 2 metri di altezza) e del tono basso e apatico della sua voce, che Cyclonius, in una rara punta di ironia, gli diede un nome dalla sonorità russa–Karloff–perché gli si addiceva bene.

Il cervello umano del cyborg richiese diverso tempo per adattarsi al suo corpo bionico, come un bambino che cresce e prende coscienza delle sue possibilità sensoriali e di movimento. La genetica dei plasmi e l’atrofizzazione indotta del suo cervello “inconscio” accelerò questo processo, che durò comunque alcuni mesi di cicli di addestramento totalmente computerizzato.

Ma un giorno, all’improvviso, prima di completare la fase finale dell’addestramento, l’androide Karloff scappò dal laboratorio di Cyclonius. Non per volontà, ma per istinto–quell’istinto che Cyclonius aveva cercato di atrofizzare geneticamente, ma che sembrava essere sopravvissuto, in piccole tracce.


Dopo la Quarta Guerra Mondiale, gli oceani erano praticamente scomparsi e una densa biosfera di foreste quasi-tropicali aveva ricoperto tutta la superficie del pianeta, tanto che le comunità umane sopravvissute non potevano spostarsi fisicamente; per questo facevano ricorso al telespazio per incontrarsi.

Ma Karloff era un cyborg sovra-potenziato e si fece pian piano strada nel fitto sottobosco, settimana dopo settimana, strappando con le mani gli arbusti, le liane e le radici che bloccavano il suo cammino. Non aveva mai visto il mondo, e pur non sapendo provare emozioni, si muoveva come se fosse bramoso di conoscerlo. Non si domandava dove stesse andando, ma proseguiva senza saperlo in perfetta linea retta verso Nord.


La luce del sole filtrava in lunghi raggi paralleli dalle alte chiome degli alberi, che d’un tratto si aprirono su una radura ricoperta da erba verde come smeraldi. Al centro della radura, Karloff vide una donna con lunghi capelli dorati e un vestito semi-trasparente che suonava un’arpa luminosa come un cristallo.

Karloff stette immobile davanti a quella musica che non assomigliava a nulla che gli avessero mai fatto ascoltare. Non era stato abituato ad ascoltare le sue emozioni atrofizzate ma pian piano sentiva che il metallo del suo scheletro perdeva peso e vibrava come non gli era mai parso di sentire.

La donna non sollevò lo sguardo nemmeno un attimo, come se fosse a sua volta un cyborg progettato per suonare l’arpa senza fine. Dopo più di un’ora si fermò e guardò Karloff negli occhi con un sorriso dolce: “Vuoi sentire ancora questa musica? È tutta su questo chip, se la vuoi”.

Karloff parlò con una voce nuova senza rendersene conto: “Voglio sentire una canzone che non hai mai suonato per nessuno. La registrerò in questo chip“–indicando il suo petto–”perché nessun’altro possa mai sentirla, oltre a me”.

La donna suonò la canzone che non aveva mai suonato per nessuno, poi se ne andò, scomparendo nei boschi.

Karloff non sapeva più chi fosse veramente e rimase solo, immobile, con lo sguardo fisso sull’arpa di cristallo che stava pian piano svanendo come un miraggio. Per la prima volta nella sua vita, chiuse gli occhi e si mise a piangere.

(continua)


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12
agosto
2011

Marcovaldo e il 7 in condotta

È arrivata l’estate e si va in vacanza. Ogni anno mi rendo conto che come per magia scatta un interruttore nascosto che attiva un programma segreto…il cervello si spegne quasi completamente, come lo stand-by degli elettrodomestici.

Allora mi si scioglie un po’ il blocco…prendo in mano il cellulare e mi lascio andare senza troppa paura di non avere niente di entusiasmante di cui parlare…

Eh sì…penso di averci preso gusto con questo blog…a tal punto da credere di dover scrivere grandi cose…lo Zen, le scalate alle montagne, la regione dei laghi in Finlandia…e così, non avendo particolari avventure o scoperte da raccontarvi, ecco che mi fermo prima ancora di partire…

Appoggio il cellulare e prendo su un libro…era da qualche tempo che volevo rileggere Marcovaldo …me lo devono avere imposto a scuola chissà quanti anni fa e ovviamente non mi era piaciuto un gran che. (Per fortuna invecchiando per certe cose si migliora).

E mi stupisco della modestia e della potenza con cui Calvino riesce a riempire delle pagine a dir poco fantastiche, per esempio raccontando di una semplicissima “pietanziera” per il lavoro in cui la moglie gli prepara il pranzo a base di rape e salsiccia puzzolente per 3 giorni di fila…

Serve davvero pensare di fare grandi imprese nella vita? C’è davvero un mondo che ha bisogno di noi là fuori? Chi è bravo sul serio ti supera in retromarcia, sbadigliando…e senza neanche farci caso.

Un collega era il migliore della facoltà di fisica a Bologna. Voleva fare carriera e ha vinto una borsa di studio per fare il PhD a Stanford. Tra i suoi docenti c’era un ragazzo pakistano che aveva 3 anni meno di lui.

(Io invece a scuola prendevo dei bei voti ma non andavo d’accordo con alcuni insegnanti. Nella pagella di cui vado più fiero ho fatto scala reale: 4 in ginnastica, 5 in disegno, 6 in religione, 7 in condotta; gli altri voti erano dall’8 in su).

Forse è proprio la paura di non eccellere che non mi fa decidere che strada prendere: dopo aver studiato fisica all’università sono andato in Finlandia con l’idea di non tornare mai più a casa, ma dopo 2 anni sono rientrato in Italia e ho lavorato nell’informatica…con una parentesi da DJ e nightlife…in quegli anni avevo una Ducati ma oggi mi sono convertito alla mountain bike…poi sono diventato imprenditore e manager…ora questo blog e la mezza idea di scrivere qualcosa di più…

Ma continuerò? In verità ho sempre scritto tantissimo, ma solo per me stesso. Da tanti anni tengo un diario…ora ho rallentato, ma il Moleskine nel mio zaino è il numero #29. Al liceo era la fase dei pensieri filosofici…non riuscivo a smettere di scriverli che un giorno ho deciso di stamparli…erano 200 pagine e le ho rilegate in azzurro, del colore del mare come Joyce volle la copertina dell’Ulisse. (Lui ha venduto milioni di copie e ha fatto la storia, i miei pensieri non sono ancora riuscito a rileggerli nemmeno io, tanto sono tremendamente ingarbugliati).

Secondo me, molto spesso il nemico #1 del nostro spirito d’iniziativa è il nostro stesso buon gusto: quanto più siamo capaci di fare qualcosa, quanto più sappiamo discernere ciò che è bello da ciò che non lo è…quando siamo agli inizi, i risultati sono normalmente modesti e giudichiamo il nostro operato in modo impietoso, col risultato di smorzare l’entusiasmo e dargliela su. (Ecco perché nella vita riescono i cocciuti che non si fanno troppe domande).

È quello che mi capita leggendo Calvino…mi dico: Eingel, ma lascia ben perdere, metti in ordine il secchiaio e vai a letto che domattina devi lavorare. (Ma io scrivo lo stesso…mi sforzo un po’ di essere cocciuto e non gettare la spugna).

Ecco…però…vi ringrazio moltissimo di avermi letto sin qui…vi voglio bene…e proprio per questo vi consiglio di spegnere il computer e leggere qualcosa di serio…ad esempio? Il grande Marcovaldo.

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