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La Via degli Dei #3: che ci faccio qui?

Set 29 2011 Published by under Articoli

(Qui trovate la prima puntata e qui la seconda puntata del racconto…)

E rieccoci…eravamo alla fine del secondo giorno e avevo raggiunto il monte “Poggiaccio”–il punto più alto della “Via degli Dei”.

Mi ero accampato, come vedete in questa foto; avevo esplorato i dintorni; poi, al tramonto, mi ero messo a letto per riposare. Con tutta la stanchezza che avevo addosso speravo di addormentarmi di sasso, ma ahimé il comfort del mio equipaggiamento minimalista era molto ridotto…passo un’ora, forse due, a rigirarmi nel saccoapelo, mentre il sole è tramontato da un pezzo e dentro alla tenda è ormai completamente buio…

Speravo che questa oscurità fosse accompagnata da un silenzio degno della desolazione di quella radura, in cima a una collina, al centro di un bosco, lontano da tutto e da tutti. E invece sembrò quasi che il bosco non aspettasse altro che l’arrivo della notte per scatenarsi in un concerto di rumori incessanti e sinistri.

Ho affrontato condizioni più difficili (ricordo ad esempio i -40° C con vento a raffica in Russia) ma avevo sempre la possibilità di proteggermi e rifugiarmi da qualche parte finché tutto non fosse finito; questa volta, invece, sono completamente solo ed indifeso…e l’ho capito soltanto ora: è proprio questo che volevo…entrare nel cuore della foresta per essere da solo faccia a faccia con il lato oscuro della Natura.

Di notte il bosco si trasforma: da ovatta silenziatrice dei rumori della civilizzazione, diventa un teatro primordiale di echi furibondi…che assomigliano allo sciabordio delle onde del mare…ma è come se il suono andasse al rallentatore come un macigno gigante, attraversando lo spazio in lungo e in largo. I rombi più profondi arrivavano dall’orizzonte–da ogni direzione nello spazio–poi mi passano attraverso, lenti e inesorabili, proseguendo verso l’infinito e facendomi sentire una particella sospesa nel vuoto cosmico dentro alla mia piccola tenda.

Riesco quasi ad abituarmi alla burrasca del vento ed ecco che riconosco mille altri suoni…dal nulla si ricrea l’orrore di un fruscio sospetto poco distante…ecco!, un altro rumore…veniva sempre da quella parte? Uoi un altro ancora…forse sono dei passi? …si sta avvicinando? …che cos’è? …e se anche lo sapessi, cosa potrei mai fare..?! Tra un fruscio e il successivo passa un’eternità…in quell’attesa, penso che da un momento all’altro la mia tenda potrebbe venire travolta da quel “qualcosa” senza offrire il benché minimo riparo–poi l’attesa dura più del solito…non sento e non succede niente…intanto la burrasca dei suoni del vento continuava ad imperversare e d’un tratto e mi è chiaro che nessuno l’ha mai detto, ma “Via degli Dei” è un nome dal fascino del tutto pagàno

Durante quella notte ho perso la concezione del tempo e naturalmente ho dormito poco e malissimo. Ho sentito suoni e rumori mai sentiti prima…latrati, muggiti!..la mia fantasia ha creato un universo di presenze nel buio che non potevo vedere intorno a me…mancava soltanto il tintinnio di elmi e scudi dell’esercito romano sulla Flaminia Minor in versione “zombie” come nel film “L’Armata delle Tenebre” di Sam Raimi..!

Mi sveglio per l’ennesima volta nel cuore della notte, non guardo neanche che ore sono perché sto battendo i denti dal freddo mentre il vento continua ad ululare in tutte le direzioni…mi sento un vero idiota e come Bruce Chatwin nel suo famoso libro mi chiedo: “che ci faccio qui?”–anzi, con molta più modestia e sincerità mi sono detto… “ma si può sapere chi #!*@% me l’ha fatto fare?!?!?”

Poi mi riaddormento finché le luci dell’alba non mi svegliano del tutto: sono le 6 e mezzo del mattino ma resto ancora a letto, aspettando che i primi raggi del sole mi scaldino un po’…

Inizia così il terzo giorno e smonto la tenda che sono ancora tutto infreddolito…ma appena salto in sella ritorno a sorridere: mi trovavo in cima a una collina…significa che per colazione mi aspettava una discesa lungo un sentiero ripido e dissestato, dove buttarmi a tutta velocità con la mountain-bike…vi giuro che non esiste modo migliore di iniziare la giornata–peccato non poterlo fare tutti i giorni…o anche solo ognitanto…

La foresta è di nuovo solitaria e silenziosa mentre solco i suoi sentieri con le mie due ruote da fuoristrada. Macino i kilometri a denti stretti e arrivo al passo della Futa poi al passo dell’Osteria Bruciata…incontro solamente: 1) un ragazzo veneto che sta facendo la Via degli Dei a piedi senza cartina e che ha con sé soltanto con due pagine con le indicazioni del percorso, 2) un bird-watcher olandese che si era appostato con un cannocchiale gigantesco per avvistare l’aquila reale…credo di averne vista una anch’io lassù–non ne sono sicuro, ma di certo aveva un’apertura alare davvero enorme…e  3) una coppia di cinghiali che a vedermi si sono presi paura più che io di loro e sono scappati per primi, trottando via alla velocità della luce e facendo tremare la terra…

Nel primo pomeriggio raggiungo infine Sant’Agata e San Piero a Sieve…mancano 25 km a Firenze e poiché i treni di ritorno per Bologna che consentono di trasportare la bici partono soltanto la sera tardi, non voglio perdere altro tempo: salto il pranzo e imbocco una scorciatoia per evitare un’altra notte fuori a così poca distanza da Firenze.

…e poi ho una gran voglia di tornare a casa. Mentre pedalo, le ore passano senza pensieri e preoccupazioni…sono in uno stato di vuoto mentale professato dai maestri Zen…ma ormai è la fine del mio viaggio…ho risalito il fiume e incontrato il colonnello Kurtz…dopo tre giorni di blackout mi manca un sacco casa e spingevo sui pedali come un pazzo.

L’arrivo a Firenze di sera è stato trionfale tanto quanto la partenza da San Luca a Bologna. Il cupolone del Brunelleschi che si erge sulla città mi provoca un altro attacco di Sindrome di Stendhal…settecento anni fa, lo abbiamo fatto noi, il cupolone (tutt’ora) più grande del mondo, quando l’Italia sapeva e/o poteva dare spazio ai propri talenti…scendo ancora verso la città e quando passo a fianco del cartello “Firenze” esplodo ed esulto con tutto me stesso, alzando le braccia come se fossi sul traguardo del giro d’Italia…

Il primo treno con cui posso tornare a casa è alle 22:30 e ho tempo per fare il biglietto e cenare in modo appropriato ed adeguato all’occasione. Scelgo il mitico ristorante “Perseus” dove le bistecche alla fiorentina hanno tre dimensioni anche senza occhiali stereoscopici, pesano almeno un chilo e regalano dei sapori indescrivibili–che voi umani non potete neanche immaginare–direbbe senz’altro il “replicante” Rutger Hauer di Blade Runner se fosse stato al tavolo con me…

Mentre divoro la mia bistecca, chiacchiero con una tavolata di americani ubriachi a sinistra e con un francese anche lui appassionato di MTB (mountain-bike) a destra…soltanto alla fine mi rendo conto che la formula: tre giorni di fatica, sommati all’euforia di avere terminato il mio viaggio e moltiplicati per l’abbondante Chianti con cui accompagno la cena, danno un risultato esplosivo ed esponenziale: sono ebbro ed esultante e mentre pedalo per le strade di Firenze mi sento veloce e leggero come un falco…per andare verso la stazione è come se volassi in picchiata…non sto attraversando il centro della città, ma scorrazzo come un pirata sulla mia “biga” a due ruote contromano e sui marciapiedi…mi sento come Attila che ha conquistato l’impero romano (forse è passato anche lui sulla Flaminia Minor?)…ma in tutto questo entusiasmo, sono sereno perché so bene che Firenze mi ignora come uno qualsiasi delle migliaia e migliaia di turisti che passano ogni giorno per le sue strade.

Il treno del ritorno–il regionale Firenze-Bologna–è la migliore possibile conclusione che potessi immaginare per la Via degli Dei. Nell’èra dell’Alta Velocità, invece di mezz’ora, impiego un’ora e quaranta minuti…e mi chiedo–anzi vi chiedo–cosa me ne importerà mai di risparmiare un’ora con il Frecciarossa (su cui non potrei comunque salire con la bici), se ce ne ho messe settantadue, di ore, per fare il viaggio di andata?!

La popolazione del treno regionale è molto più “verace” di quella che si incontra normalmente nell’Eurostar. Scambio due parole con un simpaticissimo ragazzo di Palermo che si è laureato a Bologna in filosofia con una tesi su Heidegger e che non poteva permettersi il lusso di lavorare gratis, così è andato a guadagnarsi da vivere in una bottega che faceva fibbie per cinture e una volta entrato nel mondo della fashion non ne è più uscito: ora lavora per Prada direttamente al cospetto di Miuccia (dice lui).


Prendo gli ultimi appunti sul diario e mentre scrivo la data mi accorgo che è il 29 settembre…ho quasi uno svenimento…non voglio crederci…per me il 29 settembre è un giorno davvero speciale–non per la canzone di Battisti, nemmeno per il simultaneo compleanno dei due attuali leader politici di centro-destra/sinistra…

Dovete infatti sapere che era l’alba del 29 settembre 1998 quando sono partito per la Finlandia sul volo KLM per andare a lavorare alla Nokia di Tampere…e dopo due anni esatti, sempre di primo mattino, sono rientrato a Bologna attraversando la Francia con la Marcy che mi era venuta a prendere in macchina a Calais (nel frattempo ero andato a vivere a Londra). Poi–esattamente un anno dopo–il 29 settembre 2001–noi due e il mio amico Mauri abbiamo inaugurato il Circolo Pavese–un locale storico di Bologna quando era la capitale della comicità e dell’avanguardia italiana, prima dell’attuale decadenza…

Per fortuna mi sono laureato in Fisica e non credo alla Cabala e cose simili…ma ancora oggi–esattamente dieci anni dopo–ricordo ognitanto la fantastica serata dell’inaugurazione in cui abbiamo riempito il locale con centinaia di amici che hanno letteralmente invaso tutta via del Pratello

Una fermata dopo l’altra e il treno è quasi arrivato a Bologna…l’euforia è passata e sto crollando dalla stanchezza mentre provo a tirare le somme di questi tre sconvolgenti giorni di fuga dalla realtà. Speravo che il viaggio mi avrebbe aiutato a capire le situazioni che sto attraversando ma il costante stato di fatica fisica e vuoto mentale non mi ha lasciato apparentemente nessuna conclusione…

Non ho niente da scrivere sul diario ma sono ugualmente felice e soddisfatto…ci metto un po’ a capire perché, poi mi rendo infine conto che anche se non so rispondere a nessuna domanda, le cose prima di tutto semplicemente succedono–come sassi che cadono nello stagno delle emozioni–e soltanto dopo che le onde si sono infrante sulle sponde e hanno disperso tutta la loro energia, possiamo sperare di capire le cose come vorremmo…

E così, oggi, quando vado a letto, non sogno più di addormentarmi nella mia tenda da solo nella Natura; quando guardo la basilica San Luca che brilla lontana dalla finestra della mia camera, non sento più il richiamo di partire con la mountain-bike e lo zaino in spalla…

Un giorno forse mi metterò di nuovo in viaggio–non so quando, dove e con chi–ma ora sono solo felice di potere finalmente scrivere la parola…

FINE.


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La Via degli Dei #2: in viaggio…

Set 28 2011 Published by under Articoli

(Qui la prima puntata del racconto…)


Il solo vero viaggio, il solo bagno di giovinezza, non sarebbe quello di andare verso nuovi paesaggi, ma di avere occhi diversi”–diceva  Marcel Proust…ed è quello che stavo provando mentre attraversavo il centro di Bologna con la mountain-bike e lo zaino in spalla…

Com’è diversa la tua città se puoi guardarla con gli occhi di un vagabondo che non ha una mèta precisa, che non deve presentarsi a un appuntamento, che non ha fretta di arrivare da nessuna parte perché non c’è nessuno che lo aspetta…con gli occhi di chi tornerà a casa–ma che dopo un’intensa preparazione, intanto sta partendo

La Via degli Dei ha un inizio simbolico, quasi trionfale: la salita del Meloncello a fianco dei suoi famosi 666 portici…una processione espiatoria, uno sforzo durissimo contro la gravità premiato dalla comparsa della basilica di San Luca all’uscita di una curva…un’immagine che normalmente mi provoca un attacco di Sindrome di Stendhal ma che dopo questa faticaccia mi fa addirittura entrare in uno stato di trance mistica

Appena superata la basilica…eccola là!, la via di fuga dalla città—la backdoor per uscire dal Sistema: è il sentiero “dei Bregoli”, una ripida e divertentissima discesa nel bosco che atterra all’inizio di Parco Talon. Improvviso una deviazione alla “chiusa” sul fiume Reno con tanto di slalom tra le ruspe che lavorano alla diga e proseguo lungo un sentiero in single-track nella boscaglia lungo l’argine del fiume.

A parte i coccodrilli, poteva essere il parco naturale Everglades in Florida…ma poco più in là, dall’altra parte del fiume, c’era Casalecchio e il traffico della Porrettana e dell’autostrada…la bellezza si nasconde nelle pieghe segrete del tempo e fuori dai luoghi comuni…non è mai stato così vero.

Scavalcando tronchi e sfondando i cespugli che sbordano sul sentiero mi accorgo di aver smarrito la pompetta dei pneumatici–un bel problema in caso di foratura e più mi allontano da Bologna, più diminuiscono le possibilità di trovare un negozio di biciclette per rimediare. Chiedo indicazioni a un anziano signore che stava zappando le sue vigne…si interrompe e facciamo due chiacchiere, poi con la voce rauca di uno che si è fumato un milione di sigarette come Tom Waits mi consiglia un negozio a Sasso Marconi. Faccio una deviazione in paese e lì trovo il negozio del suo amico, che ha un milione di anni e che mi serve con una gentilezza infinita.

Poco dopo pranzo con birra e panino alle melanzane e salame piccante (lo consigliano i preparatori atletici dei campioni!) e proseguo esplorando alcune deviazioni in cerca di scorci interessanti…finché il sole sta per tramontare e mi rendo conto di aver girovagato parecchio: sono riuscito a fare quasi 40 km per arrivare a Badolo mentre secondo la guida ne bastavano 23…ma non mi importa niente: è il primo giorno, sono sereno e pianto la tenda per la notte.

Non ho dimenticato lo spirito con cui sono partito e la “mission” del gruppo escursionistico bolognese “Dû pâs e ‘na gran magné” che ha inaugurato la Via degli Dei…è pertanto ora di fare una gran mangiata presso l’osteria di Badolo, di cui sono l’unico ospite della sera–situazione che facilita un piacevole scambio di chiacchiere con l’oste fino a tardi.

Per digerire la cena pantagruelica decido di fare una passeggiata. E’ notte fonda e a un tratto succede una cosa davvero strana…saranno state le undici passate, forse mezzanotte…vi ricordo che sono da solo…è buio pesto e la strada è deserta…si sentono solo dei cani che ognitanto abbaiano in lontananza. Cammino nel nero e nel silenzio con un grande senso di pace ed eccitazione…finché, a un certo punto, la mia torcia illumina una persona che sta correndo verso di me…dovrei preoccuparmi?! Gli punto la luce contro (lui quindi non può vedermi) e gli chiedo a voce alta… “ehi, chi va là?!?”

In meno di un secondo mi risponde: “…sei Eingel?” Se vi dicessi che sono rimasto a bocca aperta è poco…non mi ha lasciato tempo di chiederglielo: era un amico che avevo incontrato proprio il giorno prima…ed erano diversi anni che non ci vedevamo…alla faccia delle coincidenze! Corriamo qualche kilometro insieme chiacchierando piacevolmente poi ci salutiamo.

Mi infilo nella tenda e nel sacco a pelo ma la digestione continua a tormentarmi…davvero strano…e il materassino super-light da soli 2,5 cm di spessore non mi aiuta proprio a prendere sonno. Mi addormento alle 2 di notte e alle 7 le luci dell’alba mi svegliano anche se mi sarei riposato volentieri ancora un po’…inizia così il secondo giorno e la fatica prende il posto dell’euforia…mi rendo conto che è così che inizia il viaggio vero…e le mie deviazioni non sono più dettate dalla curiosità ma dalla distrazione che qualche volta mi fa sbagliare strada…

Il percorso è davvero fantastico: si arriva a monte Adone e a Brento, poi a Monzuno e da lì, lungo il crinale, verso Le Croci, il parco eolico di monte Galletto fino a Madonna dei Fornelli–dove faccio una sosta per pranzare (questa volta leggero) e per aggiustare il cambio perché il deragliatore centrale ha preso un sasso e si è piegato pericolosamente…rischia di sfasciare la catena costringendomi alla ritirata. Grazie al cielo, il meccanico del paese passa dal bar a prendere il caffé e mi dà gentilmente una mano a trovare una soluzione di fortuna che, anche se con qualche limitazione, mi consente di proseguire.

Proseguo verso Pian di Balestra dove si incontrano alcuni tratti dell’antica Flaminia Minor. Quei pietroni imponenti che spuntano nel bosco nella stessa disposizione in cui sono stati posati duemiladuecento anni fa mi provoca delle sensazioni contrastanti di fascino e soggezione…come se la presenza del possente esercito romano riecheggiasse tutto intorno…

Si sale lungo sentieri ripidi e malandati che mettono a dura prova il fisico e la mente…sono in buona parte “impedalabili”…in alcuni tratti si fa fatica a stare in piedi–figurarsi con 20 kg di bici da spingere.

Anche se potrei contare su un’altra ora abbondante di luce, decido di fermarmi al “Poggiaccio”–una radura nel bosco a 1200 m di altezza che rappresenta il punto più alto del percorso. Questa volta nessuna cena, soltanto un panino…forse stando leggeri si dorme meglio…

Assetto il campo in tutta calma ed esploro i dintorni per ambientarmi…pian piano il sole tramonta e anche se mi considero al sicuro da presenze inopportune–vista la faticosa salita necessaria a raggiungere la cima–provo un crescente senso di inquietudine…come se mi sentissi un ospite indesiderato di quel luogo così remoto…

Le ultime luci del giorno si spengono e mi chiudo nella tenda. Il silenzio viene rotto pian piano dai lontani ululati del vento che si avvicinano mentre ormai, tutt’intorno, regna l’oscurità…

(continua qui…)


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