Bikin’ in the rain

Set 06 2011

Sono rientrato dalle vacanze soltanto da una settimana ma sento già la mancanza delle montagne, come se fossero un ricordo lontanissimo…

Quest’anno è stato ancora più bello perché da “semplice” camminatore (trekker, all’inglese) sui grandi massicci delle Dolomiti mi sono trasformato in mountain-biker…la prospettiva è diversa: non si cercano i sentieri ripidi sulle rocce–che sono “impedalabili” in bicicletta–ma le mulattiere, le carrareccie e le strade forestali sterrate, immerse nella foresta.

Ho anche sperimentato per la prima volta il down-hill: una variante estrema della mountain-bike in cui si va solo in discesa (si sale in seggio/funivia) con biciclette iper-resistenti e pesantissime a rotta di collo per pendenze tendenzialmente folli e suicide. In due ore ho bruciato quattrocentocinquantamila calorie e sudato ottantasette litri di sudore…non sono caduto, per fortuna, ma credevo di morire ugualmente: sarà l’inesperienza…sarà che tengo famiglia…sarà che nonostante le apparenze ho perso l’incoscienza dei vent’anni…ma a tenermi attaccato a quel manubrio impazzito mi sono semi-paralizzato le dita delle mani per due giorni da sembrare un malato di Parkinson. Però sentivo che discesa dopo discesa miglioravo e con la soddisfazione cresce l’appetito…e quindi l’anno prossimo sicuramente ripeterò! (Forse anche prima…se capita l’occasione…)

Il giro più bello dell’estate è stato però la “circumnavigazione” del Corno Nero, partendo da Cavalese e salendo fino al passo della Cùgola, poi al passo Oclini e al passo Lavazè per scendere di nuovo a Cavalese e chiudere il percorso ad anello. Quaranta kilometri e milleseicento metri di dislivello in salita…ricompensati da altrettanta divertentissima discesa. Amo la bici anche per questo: velocità pura a zero emissioni. La cartina indicava il percorso come “molto impegnativo” e da questo punto di vista non mi ha deluso. Ma ho tenuto il mio ritmo, senza fretta, perché ero da solo e non c’era nessuna medaglia da vincere e nessuna ansia di arrivare in ritardo a nessun appuntamento.

La prima parte sono mille metri secchi di salita al passo della Cùgola…un guasto al cambio mi ha dato il pretesto di una sosta un po’ più lunga in cui sistemare la catena che “scarrellava” e non teneva le marce più basse–fondamentali in salita, soprattutto quando vuoi conservare le energie per finire il giro. Così mi sono improvvisato meccanico: bici a ruote in aria e attrezzi alla mano…o la aggiustavo, o si tornava a casa a piedi…cheppalle. Già avevo trovato una gomma a terra alla mattina e avevo cambiato la mia prima camera ad aria…era proprio giornata. Alla fine ce l’ho fatta, anche se non mancherò di passare dalla mia officina di fiducia–da “Padre Vanes” di Bike World Extreme–per un “tagliando” prima del prossimo giro…

Mentre salivo, salivo e salivo ancora, tutto quel calore mi dava la sensazione di sciogliermi il cervello in una poltiglia grigia ed indistinta…prendevo distanza dal mio corpo sfinito e osservavo con distacco il funzionamento della nostra mente. Ecco che a un tratto mi è parso chiarissimo perché gli scalatori vogliono raggiungere la cima di una montagna: non tanto per il panorama quanto per la gioia della fatica…perché sanno che il nostro cervello funziona per obiettivi.

Non ci mettiamo a dieta perché dobbiamo dimagrire ma perché vogliamo apparire migliori per l’estate…siamo nel duemilaundici ma i dipendenti delle aziende timbrano ancora il cartellino invece che lavorare per obiettivi, per progetti…quando cambierà il mondo? La nostra testa non funziona con le procedure (devi fare questo e quello), ma con i sogni, le avventure, le emozioni, i desideri, le sfide.

E chissenefrega di arrivare in cima alla montagna, in verità…se leggete i racconti dei grandi scalatori, raggiungono la vetta ma ci stanno pochi minuti. Ma come!, dopo tutta quella fatica…solo una paginetta o due? Sì, certo…il trionfo, la vittoria…ma la cosa che rimane davvero è la fatica. L’uomo è nato per fare fatica fisica…non può rinnegare la sua vera Natura in poco più di cinquant’anni di TV e PC. Ci siamo evoluti in milioni di anni per produrre le 2 droghe più straordinarie–adreanalina & serotonina–in modo sano e naturale: semplicemente facendo fatica…e sono pure gratis! Vi avevo già promesso di parlare delle tre lettere della felicità, ricordate? Avevo accennato alla “N” di Natura e oggi arriva la “F” di fatica…ma non divaghiamo troppo e torniamo in Val di Fiemme

Ci sono altre soddisfazioni stupende che la montagna può regalarti: quando arrivi in cima, Dio apre il sipario, e davanti a te, ecco il panorama. Lo spazio dell’orizzonte è una grande ricompensa. Ci ho fatto attenzione e in questi momenti vengo invaso da una sensazione di pace profonda a tal punto che rallenta il respiro e le pulsazioni…capita anche a voi? Quando abitavo in Finlandia avevo una stanza all’undicesimo piano e cercavo di tornare a casa in tempo per non perdermi il tramonto. Visto che hanno poco sole, i finlandesi fanno delle case con delle finestre grandissime che diventano dei quadri spettacolari grazie ai colori micidiali dei tramonti nordici: il solito gradiente blu-giallo-arancio-rosso si arricchisce del viola, del marron e persino del verde..! Giuro che non serve l’LSD…chi c’è stato può testimoniare.

Un’altra ricompensa della montagna è la sosta al rifugio…a passo Oclini, da vero nerd urbano, ho postato su Facebook: “questa weisse-bier sembra nettare degli dei…fraulein! Another one, s’il vous plaît!”. Eh sì, la fatica rende i sapori migliori…ricordo ai tempi delle medie e del liceo, che buona quell’acqua del rubinetto a fiumi dopo 2 ore di preparazione atletica al rientro dell’estate, prima della ripresa della stagione di basket…

E poi inizia la discesa…un’altra fantastica ricompensa di quella fatica…giù a palla per questa forestale in cui non ho incontrato una singola anima viva…a un certo punto vedo la fine della strada–“frena…frena FRENAAAA!!!…OK…e adesso, alza la sbarra…“. Poi mi accorgo che il freno posteriore non funziona più…che brutta sensazione tirare la leva a vuoto…e come finisco la discesa? Sono fermo proprio all’incrocio con la strada asfaltata che riporta a Cavalese, così decido di non attraversarla per proseguire sulla sterrata, ma di imboccarla e concludere sul cemento l’ultima parte della discesa. Una scelta meno emozionante…ma più sicura, potendo contare su un freno soltanto.

Credevo di essere in fondo ma l’ultima emozione arriva dal cielo. Dopo due settimane di tempo sereno ecco un acquazzone di quelli che solo chi è stato in montagna sa di cosa parlo. Diventa tutto grigio e scendono le prime gocce, così tolgo gli occhiali da sole e metto sullo zaino la sua apposita copertura impermeabile…continuo a scendere ma la pioggia diventa presto un temporale…non riesco a tenere gli occhi aperti dall’acqua che mi arriva in faccia e rimetto gli occhiali da sole…sarebbe carino averci i tergicristalli sopra. E’ fantastico viaggiare sotto la pioggia…il tic-tic-tic delle gocce sul casco come se fosse una notte buia e tempestosa in una baita…l’acqua che ti investe come un fiume ai 50 kilometri all’ora. Te ne freghi di bagnarti, te ne freghi di tutto.

Dagli eventi inaspettati si traggono lezioni interessanti. Ad esempio pensavo di essere a posto con le mie scarpe impermeabili in Goretex: in effetti le Salomon sono davvero ottime per camminare sul bagnato…ma se piove, l’acqua entra dall’alto e le scarpe si riempiono come delle caraffe…tale situazione potrebbe essere critica nei miei prossimi viaggi nei boschi…due o tre giorni in mountain-bike con tenda e saccoapelo…e così mi sono dotato di ghette da tenere nello zaino in caso di necessità. Credetemi…non prendetemi per matto…è così bello andare in bici sotto alla pioggia che non vedo proprio l’ora di poterle usare.


Scrivi un commento (su Facebook)

comments

No responses yet

Leave a Reply