Schopenhauer ascoltava la Tecnho

Set 01 2011

Non posso pretendere di scrivere una storia esistenzialista di androidi che ascoltano l’arpa e sperare che il giorno dopo arrivino migliaia di lettori da tutto il mondo (in effetti le visite sono state un po’ inferiori alla media)…ma visto che ne ho parlato, dovrò proprio farvelo leggere, “Nyx“…un mio vecchio racconto in cui lo stesso scienziato che ha creato Karloff cerca di attraversare il “Muro” dell’autocoscienza.

Quanto scrissi “Nyx” ero un’adolescente di 20 anni…era una giornata del 1995 in cui alla mattina avevo fatto fughino da scuola e mi ero rifugiato in biblioteca a leggere l’Estetica Trascendentale–la prima parte della “Critica della Ragion Pura” di Kant. Il concetto di un soggetto conoscente così intellettualmente opposto rispetto all’oggetto conosciuto, mi ispirava davvero tanta solitudine…anche perché allora ero un soggetto un po’ instabile e irrequieto…e così ho pensato al “Muro”, come i Pink Floyd.

Erano gli ultimi anni del liceo e leggevo qualche testo di filosofia…mi ha colpito come lo stesso Schopenhauer, nella sua tesi di laurea intitolata “Il Quadruplice Principio di Ragion Sufficiente” (che egli considera fondamentale per la comprensione di tutto il suo lavoro successivo) sostiene che “la differenza tra soggetto e oggetto, il conoscente che non è mai conosciuto e il conosciuto che non è mai conoscente, è la maggiore delle differenze da noi concepibili“.

Ci ho ricamato sopra mille fantasie…una notte ho scritto una lunga riflessione che avrebbe potuto ispirare “Matrix” (che in verità si è ispirato a William Gibson, il padre fondatore del cyberpunk)…mi chiedevo se nel futuro avessimo potuto creare un computer così potente da somministrare una “realtà virtuale” perfettamente credibile a un cervello “in provetta”, cioè al di fuori del corpo umano, ma collegato alla macchina con un’interfaccia neurale al posto del midollo osseo. Quello che sostenevo è che l’autocoscienza che si sviluppava in quel cervello non avrebbe riconosciuto la differenza con il mondo reale. Pensate un po’ che viaggi mentali che mi facevo…beh, in effetti ricorda il destino degli umani in “Matrix“, tralasciando il resto del film…

La verità è quando ero adolescente non avevo capito un cazzo dalla vita (Schopenhauer invece aveva capito tutto, ma a quei tempi fare i filosofi era un gran bel mestiere). Non so se siete stati mezz’ora ad ascoltare un’arpa…l’androide Karloff e il sottoscritto lo hanno fatto, ed è quell’esperienza che ha motivato il mio racconto. Non avevo capito che non si può dividere il soggetto dall’oggetto–l’io dal tu–perché l’uno non esiste senza l’altro. Questo l’hanno capito anche i maestri Zen millecinquecento anni fa: è un problema che non si può affrontare con la ragione.

Troppo spesso cerchiamo di essere razionali, di usare la logica per affrontare i problemi…ma la soluzione non nasce mai dalla ragione. Quando facevo gli esercizi di matematica a scuola, se mi concentravo per bene entravo in una specie di “trance” e li risolvevo in fretta; se invece ragionavo come se stessi parlando tra me e me, la soluzione non sempre arrivava. Per non far fatica in matematica non bisogna pensare di risolvere i problemi ma lasciare che le soluzioni vengano fuori da sole.

Non è la forza di volontà che ci fa fare le cose, è l’immaginazione che alimenta il desiderio, che ci muove. La verità è che la ragione è un freno, una zavorra del nostro cervello. Ci fa agire più lentamente fino ad atrofizzare la nostra vera intelligenza. Ci riempie di ansia facendoci credere di essere i responsabili delle nostre vite e ci intasa il cervello con problemi intellettuali senza soluzione. Anche questo lo dicevano i monaci Zen mille e passa anni fa…ma ne abbiamo già parlato.

Volete sapere di più? Senza dubbio noi tutti siamo convinti di essere padroni delle nostre azioni che nascono da un nostro pensiero cosciente. Tuttavia, in un famoso esperimento, il neuropsicologo Benjamin Libet ha dimostrato che la volontà razionale a compiere un certo gesto si manifesta nel nostro cervello soltanto dopo che è partito l’impulso motorio da altre zone del cervello–possiamo dire, dai piani più bassi. Insomma, è come se la nostra coscienza, la sede dei nostri pensieri razionali, abbia solo il compito di giustificare a posteriori le decisioni prese delle nostre forze inconscie.

E il libero arbitrio che fine fa in tutto ciò? Difficile a dirsi…e allora non potrebbe essere che anch’io sto scrivendo queste parole perché sono in un momento particolare della mia vita, in un certo stato emotivo, e che un altro giorno potrei sostenere una tesi diversa? Forse sono semplicemente condizionato dalla musica nelle mie cuffie: oggi non c’è l’arpa delle Alarc’h ma la Techno minimalista del canadese Richie Hawtin–a.k.a. “Plastikman“.

Ho appena ricevuto il suo cofanetto super-deluxe con 15 CD, un DVD e 6 vinili…alcune decine di ore di musica…oltre a una monografia di 94 pagine personalizzata che in prima pagina riporta: “Kreated for Eingel“…wow!, mi sono commosso…quasi come ascoltando l’arpa. Gli “Arkives” di Plastikman sono certamente l’evento discografico dell’anno.

C’è del sentimento in questa musica così acid? Sentimento…no; ma tanta, tanta altra roba. Un’esperienza quasi mistica.

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