Il Sassopiatto e il ruscello Zen

Ago 23 2010

È un anno che aspetto questo giorno…sono determinato come non mai.

Voglio raggiungere la cima del Sassopiatto, quota 2.958 metri, salendo lungo la possente rampa inclinata da cui prende il nome questa montagna, che fa parte del gruppo del Sassolungo.

Matilde ci dà la sveglia con i suoi versetti, sono le 7:37. Facciamo colazione tutti insieme e dopo un’ora abbondante di macchina da Cavalese arrivo a Campitello. Sono da solo con Olmo; compriamo il giunzaglio dimenticato a casa e prendo i biglietti per la funivia “Col Rodella”.

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Alle 10:30 usciamo dagli impianti di risalita e imbocchiamo il sentiero che dal rif. Federico Augusto ci porterà al rif. Pertini poi al rif. Sassopiatto, il punto di partenza della nostra salita.

Proprio come l’anno scorso: il sentiero è affollato come un formicaio. Un’autostrada di camminatori di ogni età, anziani e bambini compresi. Del resto siamo in agosto, in Val di Fassa, lungo un percorso con bellissimi panorami sul Sella, Catinaccio e Marmolada che si mantiene in quota con un tracciato pianeggiante. Non può che essere un formicaio.

Ho ben a mente l’errore della scorsa estate: ho avuto troppa fretta e ho bruciato tutte le mie energie prima di averne davvero bisogno per i momenti più faticosi. Quest’anno però porto pazienza e sto al passo delle comitive; dopo un’ora e mezzo siamo finalmente alle pendici del Sassopiatto, pronti a salire. Non avevo dubbi: non c’è nessuna comitiva che segue la nostra direzione.

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E’ mezzogiorno esatto e mando un messaggio alla Marcy: “Ore 12: Sassopiatto!” Lei e Matilde sono a casa e stanno sperimentando il “letto piatto”…parto con un sorriso e un’ondata di calore nel petto.

Il paesaggio davanti a noi è piuttosto monotono e non aiuta a distrarsi dalla fatica. La vegetazione finisce ben presto e rimane solo una ripida distesa di sassi, roccia e ghiaia, che sembra non finire più. Solo l’altimetro del mio Suunto mi fa compagnia: ogni 100m di dislivello in più è una conquista verso la cima.

Olmo, cane fedele, mi sta sempre al passo e riceve la simpatia degli altri escursionisti; è l’unico cane che incontriamo lungo il percorso. Mi fermo ognitanto per dargli da bere nella sua ciotola e per tenere le mie pulsazioni sotto la soglia anaerobica. Dopo poco più di due ore la salita sulla pancia ghiaiosa di quel gigante è finita e siamo finalmente in vetta.

Il gruppo del Sassolungo visto dalla cima è semplicemente mastodontico. Pale di roccia dolomitica di proporzioni straordinarie a strapiombo sul resto del mondo, che tolgono il fiato. Altezze che fanno sentire il senso del vuoto anche a chi non soffre le vertigini.

(clicca qui per scaricare l’immagine panoramica a 41 megapixel)

Faccio qualche foto e scambio alcune battute con gli escursionisti che si ristorano con noi vicino alla croce di cima. Olmo è il protagonista di quel gruppo, un cane eroico.

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Mi sdraio a pancia su per riposarmi e guardare il cielo da più vicino. Poi gli ultimi sguardi a quei panorami infiniti, alcuni respiri dell’aria più pura che abbia mai respirato…una stretta ai lacci degli scarponcini e si parte a tutta velocità per la stessa strada da cui siamo saliti. Dopo poco più di un’ora siamo a valle, di nuovo al rif. Sassopiatto.

Sono ormai le 16:00 e rischiamo di perdere l’ultima funivia per scendere a Campitello. Decido allora di imboccare il sentiero che porta più a valle della funivia, verso il rif. Micheluzzi, la porta d’accesso alla Val Duron, che fiancheggia il gruppo del Sassolungo. Scendiamo ancora, prima lungo il costone della valle poi attraverso un bosco di conifere; di buona lena, in un’ora abbondante siamo al rifugio.

Dal Micheluzzi è disponibile un servizio di Jeep che porta fino a Campitello dove ho parcheggiato la macchina. Però c’è davvero parecchia gente in coda che aspetta. Abbiamo finito l’acqua, Olmo ha sete, e pure io. E soprattutto siamo entrambi davvero stanchi, esausti… ma felici e soddisfatti per concederci una pausa, per bere dell’acqua (Olmo), una birra (io) e per mangiare un piatto di speck (a metà).

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Mentre sono seduto al tavolo guardo la cima del Sassopiatto lassù. La croce della cima è ancora visibile, piccolissima…pochi pixel della mia Lumix. Bisogna proprio sapere che c’è, per vederla.

Il numero di persone cha aspettano la Jeep non diminuisce e con loro il senso di relax e appagamento che sto via via provando. Come potrei mai mettermi in fila dopo queste ore di natura pura? Sarebbe un peccato mortale finire così un’avventura come questa. C’è il ruscello della Val Duron che scorre poco distante e decido di aspettare la Jeep mettendo i piedi a mollo nell’acqua fresca.

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È la parte più bella della giornata. Fino a poco prima, anche se a differenza dell’anno scorso avevo abbandonato ogni frenesia, rimaneva ancora una punta di ansia da prestazione, una traccia di paura di non giungere alla cima, o di arrivare in ritardo e perdere l’ultima corsa della funivia per tornare in paese.

Mi rendo conto che stavo pensando solo al “là”, alla vetta, all’obiettivo da raggiungere, al mio programma dei tempi da rispettare. Ora invece penso solo al “qui”, al rumore del ruscello, al brivido violento di freddo che mi penetra fino alle ossa, a Olmo che corre dietro ai sassi che gli lancio finché non si sdraia sull’altra sponda davanti a me.

È un momento davvero Zen. La beatitudine che proviene da quel ruscello mi rapisce completamente. La Jeep non è importante. Il tempo non è importante. Il tempo si ferma. Mi congelo per bene i piedi nell’acqua finché tutto è fermo, immobile nel tempo e nello spazio. Soltanto il fiume scorre. Tutto è silenzio. Anche i pensieri. Si sente soltanto il ruscello che canta il suo canto sempre uguale.

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Ci riposiamo ancora e ancora. Non mi interessa più la Jeep, mi sento come nuovo, posso scendere a piedi. Così ci mettiamo di nuovo in marcia verso Campitello, per un sentiero bellissimo tra i boschi, soli Olmo ed io, con la Marmolada immobile come una galassia che sorge dritto davanti a noi.

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Il sentiero diventa una mulattiera ghiaiosa in ripida discesa ma ormai tengo un passo così rapido che è come se avessi le ruote. Alle 19:30 arriviamo finalmente al parcheggio della funivia, dove ho lasciato la macchina.

Sono contento per la mia forma fisica, sono profondamente provato, ma appagato, ancora pieno di energie. Un anno di Yoga mi ha fatto davvero bene, non pensavo. Non sono più quello che la città voleva che pensassi di essere.

Faccio salire Olmo in macchina e prima di salire anch’io mi giro indietro per l’ultima volta a guardare il gruppo del Sassolungo, che domina la valle e si staglia contro il cielo. Se penso che 9 ore fa stavo salendo per arrivare lassù in cima, 1.600 metri più in alto di dove sono ora, sento un brivido lungo la schiena. Ed è magia.

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1998 – Fuga dal mio Blog

Ott 28 1998

Oggi ho fatto un viaggio nel tempo

Ho resuscitato i miei file di backup fino al lontano millenovecentonovantotto

BTTF

Nel 1998 mi stavo per laureare con i capelli blu, stavo partendo per la Finlandia con l’idea di non tornare più a casa.

In quegli anni il mio hobby era la computer grafica, e non c’era mica Windows, si usava ancora il DOS…Silvia rimembri ancora?

Con un amico, per qualche settimana di studio matto e disperatissimo, abbiamo realizzato un’animazione 3D che si chiama “Bug Fix” e che ho appena caricato su YouTube

Nel 1998 esisteva già Internet, ma si usavano ancora i modem che quando si connettevano gracchiavano come i fax…andavano a 14k e ci mettevi un casino a vedere un sito, ma tanto ce n’erano pochi.

Nel 1998 avevo fatto una prima versione di www.eingel.com ed è il momento di rispolverare anche questa…siete pronti a fare un viaggio indietro nel tempo?

Allora cliccate il logo e buona navigazione!

Geocities

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