v2.11.12.08

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01
settembre
2011

Schopenhauer ascoltava la Tecnho

Non posso pretendere di scrivere una storia esistenzialista di androidi che ascoltano l’arpa e sperare che il giorno dopo arrivino migliaia di lettori da tutto il mondo (in effetti le visite sono state un po’ inferiori alla media)…ma visto che ne ho parlato, dovrò proprio farvelo leggere, “Nyx“…un mio vecchio racconto in cui lo stesso scienziato che ha creato Karloff cerca di attraversare il “Muro” dell’autocoscienza.

Quanto scrissi “Nyx” ero un’adolescente di 20 anni…era una giornata del 1995 in cui alla mattina avevo fatto fughino da scuola e mi ero rifugiato in biblioteca a leggere l’Estetica Trascendentale–la prima parte della “Critica della Ragion Pura” di Kant. Il concetto di un soggetto conoscente così intellettualmente opposto rispetto all’oggetto conosciuto, mi ispirava davvero tanta solitudine…anche perché allora ero un soggetto un po’ instabile e irrequieto…e così ho pensato al “Muro”, come i Pink Floyd.

Erano gli ultimi anni del liceo e leggevo qualche testo di filosofia…mi ha colpito come lo stesso Schopenhauer, nella sua tesi di laurea intitolata “Il Quadruplice Principio di Ragion Sufficiente” (che egli considera fondamentale per la comprensione di tutto il suo lavoro successivo) sostiene che “la differenza tra soggetto e oggetto, il conoscente che non è mai conosciuto e il conosciuto che non è mai conoscente, è la maggiore delle differenze da noi concepibili“.

Ci ho ricamato sopra mille fantasie…una notte ho scritto una lunga riflessione che avrebbe potuto ispirare “Matrix” (che in verità si è ispirato a William Gibson, il padre fondatore del cyberpunk)…mi chiedevo se nel futuro avessimo potuto creare un computer così potente da somministrare una “realtà virtuale” perfettamente credibile a un cervello “in provetta”, cioè al di fuori del corpo umano, ma collegato alla macchina con un’interfaccia neurale al posto del midollo osseo. Quello che sostenevo è che l’autocoscienza che si sviluppava in quel cervello non avrebbe riconosciuto la differenza con il mondo reale. Pensate un po’ che viaggi mentali che mi facevo…beh, in effetti ricorda il destino degli umani in “Matrix“, tralasciando il resto del film…

La verità è quando ero adolescente non avevo capito un cazzo dalla vita (Schopenhauer invece aveva capito tutto, ma a quei tempi fare i filosofi era un gran bel mestiere). Non so se siete stati mezz’ora ad ascoltare un’arpa…l’androide Karloff e il sottoscritto lo hanno fatto, ed è quell’esperienza che ha motivato il mio racconto. Non avevo capito che non si può dividere il soggetto dall’oggetto–l’io dal tu–perché l’uno non esiste senza l’altro. Questo l’hanno capito anche i maestri Zen millecinquecento anni fa: è un problema che non si può affrontare con la ragione.

Troppo spesso cerchiamo di essere razionali, di usare la logica per affrontare i problemi…ma la soluzione non nasce mai dalla ragione. Quando facevo gli esercizi di matematica a scuola, se mi concentravo per bene entravo in una specie di “trance” e li risolvevo in fretta; se invece ragionavo come se stessi parlando tra me e me, la soluzione non sempre arrivava. Per non far fatica in matematica non bisogna pensare di risolvere i problemi ma lasciare che le soluzioni vengano fuori da sole.

Non è la forza di volontà che ci fa fare le cose, è l’immaginazione che alimenta il desiderio, che ci muove. La verità è che la ragione è un freno, una zavorra del nostro cervello. Ci fa agire più lentamente fino ad atrofizzare la nostra vera intelligenza. Ci riempie di ansia facendoci credere di essere i responsabili delle nostre vite e ci intasa il cervello con problemi intellettuali senza soluzione. Anche questo lo dicevano i monaci Zen mille e passa anni fa…ma ne abbiamo già parlato.

Volete sapere di più? Senza dubbio noi tutti siamo convinti di essere padroni delle nostre azioni che nascono da un nostro pensiero cosciente. Tuttavia, in un famoso esperimento, il neuropsicologo Benjamin Libet ha dimostrato che la volontà razionale a compiere un certo gesto si manifesta nel nostro cervello soltanto dopo che è partito l’impulso motorio da altre zone del cervello–possiamo dire, dai piani più bassi. Insomma, è come se la nostra coscienza, la sede dei nostri pensieri razionali, abbia solo il compito di giustificare a posteriori le decisioni prese delle nostre forze inconscie.

E il libero arbitrio che fine fa in tutto ciò? Difficile a dirsi…e allora non potrebbe essere che anch’io sto scrivendo queste parole perché sono in un momento particolare della mia vita, in un certo stato emotivo, e che un altro giorno potrei sostenere una tesi diversa? Forse sono semplicemente condizionato dalla musica nelle mie cuffie: oggi non c’è l’arpa delle Alarc’h ma la Techno minimalista del canadese Richie Hawtin–a.k.a. “Plastikman“.

Ho appena ricevuto il suo cofanetto super-deluxe con 15 CD, un DVD e 6 vinili…alcune decine di ore di musica…oltre a una monografia di 94 pagine personalizzata che in prima pagina riporta: “Kreated for Eingel“…wow!, mi sono commosso…quasi come ascoltando l’arpa. Gli “Arkives” di Plastikman sono certamente l’evento discografico dell’anno.

C’è del sentimento in questa musica così acid? Sentimento…no; ma tanta, tanta altra roba. Un’esperienza quasi mistica.

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12
agosto
2011

Marcovaldo e il 7 in condotta

È arrivata l’estate e si va in vacanza. Ogni anno mi rendo conto che come per magia scatta un interruttore nascosto che attiva un programma segreto…il cervello si spegne quasi completamente, come lo stand-by degli elettrodomestici.

Allora mi si scioglie un po’ il blocco…prendo in mano il cellulare e mi lascio andare senza troppa paura di non avere niente di entusiasmante di cui parlare…

Eh sì…penso di averci preso gusto con questo blog…a tal punto da credere di dover scrivere grandi cose…lo Zen, le scalate alle montagne, la regione dei laghi in Finlandia…e così, non avendo particolari avventure o scoperte da raccontarvi, ecco che mi fermo prima ancora di partire…

Appoggio il cellulare e prendo su un libro…era da qualche tempo che volevo rileggere Marcovaldo …me lo devono avere imposto a scuola chissà quanti anni fa e ovviamente non mi era piaciuto un gran che. (Per fortuna invecchiando per certe cose si migliora).

E mi stupisco della modestia e della potenza con cui Calvino riesce a riempire delle pagine a dir poco fantastiche, per esempio raccontando di una semplicissima “pietanziera” per il lavoro in cui la moglie gli prepara il pranzo a base di rape e salsiccia puzzolente per 3 giorni di fila…

Serve davvero pensare di fare grandi imprese nella vita? C’è davvero un mondo che ha bisogno di noi là fuori? Chi è bravo sul serio ti supera in retromarcia, sbadigliando…e senza neanche farci caso.

Un collega era il migliore della facoltà di fisica a Bologna. Voleva fare carriera e ha vinto una borsa di studio per fare il PhD a Stanford. Tra i suoi docenti c’era un ragazzo pakistano che aveva 3 anni meno di lui.

(Io invece a scuola prendevo dei bei voti ma non andavo d’accordo con alcuni insegnanti. Nella pagella di cui vado più fiero ho fatto scala reale: 4 in ginnastica, 5 in disegno, 6 in religione, 7 in condotta; gli altri voti erano dall’8 in su).

Forse è proprio la paura di non eccellere che non mi fa decidere che strada prendere: dopo aver studiato fisica all’università sono andato in Finlandia con l’idea di non tornare mai più a casa, ma dopo 2 anni sono rientrato in Italia e ho lavorato nell’informatica…con una parentesi da DJ e nightlife…in quegli anni avevo una Ducati ma oggi mi sono convertito alla mountain bike…poi sono diventato imprenditore e manager…ora questo blog e la mezza idea di scrivere qualcosa di più…

Ma continuerò? In verità ho sempre scritto tantissimo, ma solo per me stesso. Da tanti anni tengo un diario…ora ho rallentato, ma il Moleskine nel mio zaino è il numero #29. Al liceo era la fase dei pensieri filosofici…non riuscivo a smettere di scriverli che un giorno ho deciso di stamparli…erano 200 pagine e le ho rilegate in azzurro, del colore del mare come Joyce volle la copertina dell’Ulisse. (Lui ha venduto milioni di copie e ha fatto la storia, i miei pensieri non sono ancora riuscito a rileggerli nemmeno io, tanto sono tremendamente ingarbugliati).

Secondo me, molto spesso il nemico #1 del nostro spirito d’iniziativa è il nostro stesso buon gusto: quanto più siamo capaci di fare qualcosa, quanto più sappiamo discernere ciò che è bello da ciò che non lo è…quando siamo agli inizi, i risultati sono normalmente modesti e giudichiamo il nostro operato in modo impietoso, col risultato di smorzare l’entusiasmo e dargliela su. (Ecco perché nella vita riescono i cocciuti che non si fanno troppe domande).

È quello che mi capita leggendo Calvino…mi dico: Eingel, ma lascia ben perdere, metti in ordine il secchiaio e vai a letto che domattina devi lavorare. (Ma io scrivo lo stesso…mi sforzo un po’ di essere cocciuto e non gettare la spugna).

Ecco…però…vi ringrazio moltissimo di avermi letto sin qui…vi voglio bene…e proprio per questo vi consiglio di spegnere il computer e leggere qualcosa di serio…ad esempio? Il grande Marcovaldo.

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