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Schopenhauer ascoltava la Tecnho
Non posso pretendere di scrivere una storia esistenzialista di androidi che ascoltano l’arpa e sperare che il giorno dopo arrivino migliaia di lettori da tutto il mondo (in effetti le visite sono state un po’ inferiori alla media)…ma visto che ne ho parlato, dovrò proprio farvelo leggere, “Nyx“…un mio vecchio racconto in cui lo stesso scienziato che ha creato Karloff cerca di attraversare il “Muro” dell’autocoscienza.
Quanto scrissi “Nyx” ero un’adolescente di 20 anni…era una giornata del 1995 in cui alla mattina avevo fatto fughino da scuola e mi ero rifugiato in biblioteca a leggere l’Estetica Trascendentale–la prima parte della “Critica della Ragion Pura” di Kant. Il concetto di un soggetto conoscente così intellettualmente opposto rispetto all’oggetto conosciuto, mi ispirava davvero tanta solitudine…anche perché allora ero un soggetto un po’ instabile e irrequieto…e così ho pensato al “Muro”, come i Pink Floyd.
Erano gli ultimi anni del liceo e leggevo qualche testo di filosofia…mi ha colpito come lo stesso Schopenhauer, nella sua tesi di laurea intitolata “Il Quadruplice Principio di Ragion Sufficiente” (che egli considera fondamentale per la comprensione di tutto il suo lavoro successivo) sostiene che “la differenza tra soggetto e oggetto, il conoscente che non è mai conosciuto e il conosciuto che non è mai conoscente, è la maggiore delle differenze da noi concepibili“.
Ci ho ricamato sopra mille fantasie…una notte ho scritto una lunga riflessione che avrebbe potuto ispirare “Matrix” (che in verità si è ispirato a William Gibson, il padre fondatore del cyberpunk)…mi chiedevo se nel futuro avessimo potuto creare un computer così potente da somministrare una “realtà virtuale” perfettamente credibile a un cervello “in provetta”, cioè al di fuori del corpo umano, ma collegato alla macchina con un’interfaccia neurale al posto del midollo osseo. Quello che sostenevo è che l’autocoscienza che si sviluppava in quel cervello non avrebbe riconosciuto la differenza con il mondo reale. Pensate un po’ che viaggi mentali che mi facevo…beh, in effetti ricorda il destino degli umani in “Matrix“, tralasciando il resto del film…
La verità è quando ero adolescente non avevo capito un cazzo dalla vita (Schopenhauer invece aveva capito tutto, ma a quei tempi fare i filosofi era un gran bel mestiere). Non so se siete stati mezz’ora ad ascoltare un’arpa…l’androide Karloff e il sottoscritto lo hanno fatto, ed è quell’esperienza che ha motivato il mio racconto. Non avevo capito che non si può dividere il soggetto dall’oggetto–l’io dal tu–perché l’uno non esiste senza l’altro. Questo l’hanno capito anche i maestri Zen millecinquecento anni fa: è un problema che non si può affrontare con la ragione.
Troppo spesso cerchiamo di essere razionali, di usare la logica per affrontare i problemi…ma la soluzione non nasce mai dalla ragione. Quando facevo gli esercizi di matematica a scuola, se mi concentravo per bene entravo in una specie di “trance” e li risolvevo in fretta; se invece ragionavo come se stessi parlando tra me e me, la soluzione non sempre arrivava. Per non far fatica in matematica non bisogna pensare di risolvere i problemi ma lasciare che le soluzioni vengano fuori da sole.
Non è la forza di volontà che ci fa fare le cose, è l’immaginazione che alimenta il desiderio, che ci muove. La verità è che la ragione è un freno, una zavorra del nostro cervello. Ci fa agire più lentamente fino ad atrofizzare la nostra vera intelligenza. Ci riempie di ansia facendoci credere di essere i responsabili delle nostre vite e ci intasa il cervello con problemi intellettuali senza soluzione. Anche questo lo dicevano i monaci Zen mille e passa anni fa…ma ne abbiamo già parlato.
Volete sapere di più? Senza dubbio noi tutti siamo convinti di essere padroni delle nostre azioni che nascono da un nostro pensiero cosciente. Tuttavia, in un famoso esperimento, il neuropsicologo Benjamin Libet ha dimostrato che la volontà razionale a compiere un certo gesto si manifesta nel nostro cervello soltanto dopo che è partito l’impulso motorio da altre zone del cervello–possiamo dire, dai piani più bassi. Insomma, è come se la nostra coscienza, la sede dei nostri pensieri razionali, abbia solo il compito di giustificare a posteriori le decisioni prese delle nostre forze inconscie.
E il libero arbitrio che fine fa in tutto ciò? Difficile a dirsi…e allora non potrebbe essere che anch’io sto scrivendo queste parole perché sono in un momento particolare della mia vita, in un certo stato emotivo, e che un altro giorno potrei sostenere una tesi diversa? Forse sono semplicemente condizionato dalla musica nelle mie cuffie: oggi non c’è l’arpa delle Alarc’h ma la Techno minimalista del canadese Richie Hawtin–a.k.a. “Plastikman“.
Ho appena ricevuto il suo cofanetto super-deluxe con 15 CD, un DVD e 6 vinili…alcune decine di ore di musica…oltre a una monografia di 94 pagine personalizzata che in prima pagina riporta: “Kreated for Eingel“…wow!, mi sono commosso…quasi come ascoltando l’arpa. Gli “Arkives” di Plastikman sono certamente l’evento discografico dell’anno.
C’è del sentimento in questa musica così acid? Sentimento…no; ma tanta, tanta altra roba. Un’esperienza quasi mistica.
L’androide Karloff e il suo strano ego
State per leggere un racconto di fantascienza “cyberpunk“ con cui voglio presentarvi due protagonisti di futuri (e passati) racconti e riflessioni:
- “Cyclonius“, un giovane scienziato ribelle (già protagonista di un mio racconto di tanti anni fa–”Nyx“–che presto trascriverò su questo blog)
- “Karloff“, la sua più avanzata creazione (un cyborg umanoide ibrido, di settima generazione)
E l’immagine sbiancata qui sotto? Non ha alcun collegamento particolare al racconto ma trovo che comunichi solitudine e distanza, che ben si accostano alle tinte di questa storia…come il profumo liquirizia a un risotto allo zafferano (non ci credete? Provare per credere).
Ma lasciamo a dopo gli esperimenti gastronomici…adesso buona lettura.

Di natura, Cyclonius è un vero nottambulo, ma nei periodi di stress ha bisogno di sentire che tutto è sotto controllo e scatta in piedi alle prime luci dell’alba. Se qualcuno vivesse in casa con lui, saprebbe che c’è da iniziare a preoccuparsi…ma vive da solo da quando è scappato dal collegio (a tredici anni) e ha deciso di cancellare la sua identità e di chiamarsi “Cyclonius”.
Da allora ha sempre avuto una sola ossessione: superare il “Muro” dell’autocoscienza. Ai tempi di “Nyx“, dopo alcuni anni di ricerche in neurobiologia, si sottopose come cavia del suo stesso esperimento e per poco non ci restò secco…la padrona di casa venne a riscuotere i mesi scaduti di affitto e lo trovò in fin di vita, sdraiato sul letto con gli spinotti neurali, gli aghi endovenosi e tutto il resto. I medici lo davano per spacciato.
E invece, dopo 77 anni di coma profondo criogenizzato, Cyclonius è tornato in vita, ancora giovane, lucido, nel fiore della sua salute, come se nulla fosse successo. Un fatto piuttosto strano…per non parlare di quando riaprì gli occhi, che erano diventati viola (il sinistro) e verde (il destro). Ma nessuno ci fece caso, perché appena sveglio scappò dall’ospedale, e in 77 anni di tempo i pochi familiari e amici che gli erano rimasti erano morti.
Si era risvegliato dal coma, ma la sua ossessione era ancora lì: attraversare il “Muro” che separa ciascun essere autocosciente dal resto del mondo–e dagli altri. Come nel Cielo sopra Berlino di Wim Wenders, Cyclonius continuava a chiedersi: “Perchè io sono io, e perchè non sei tu?“, e così via–ma questo lo sapete dai tempi di “Nyx“.
Cyclonius aveva hackerato una banca svizzera prelevando impunemente una quantità incommensurabile di fondi: non temeva la concorrenza di nessuna università, azienda o stato del mondo. E poiché aveva una capacità di apprendimento eccezionale e lavorava da solo, senza bisogno di gestire la burocrazia dei team di ricerca, poteva generare risultati e prototipi in tempi rapidissimi…un po’ come nei fumetti…ad esempio Iron Man nelle caverne dell’Afghanistan o Batman nei laboratori della Wayne corporation…
In quei 77 anni in cui aveva dormito a 43 gradi sottozero, il mondo non aveva prodotto evoluzioni scientifiche e tecnologiche davvero significative, a parte il teletrasporto, che a Cyclonius non interessava. Esistevano dei ”chip cognitivi” che cercavano di riprodurre il funzionamento del cervello umano sul silicio, con risultati piuttosto ridotti in termini di applicazioni (e per nulla interessanti per le ricerche di Cyclonius). Anche i tentativi opposti–partire dall’uomo invece che dal silicio, innestandogli organi ed arti bionici–procedevano con velocità e aspettative davvero modeste.
L’umanità era al capolinea dell’innovazione: serviva un nuovo Prometeo per aprire possibilità inesplorate. Cyclonius pensò che l’unica soluzione era stravolgere le prospettive. Progettò uno chassis (un adroide in lega leggera sovrapotenziato), predisposto con un’interfaccia uomo/macchina adatta ad ospitare un sistema nervoso umano autonomo.
Mentre lavorava duramente nel suo laboratorio, in lui nasceva un dubbio crescente: aveva cercato di attraversare il “Muro” dell’autocoscienza–ciò che separa l’io dal tu–ma dopo “Nyx” aveva capito che era impossibile farlo in prima persona senza rischiare la vita. Così aveva creato un lui–un cyborg ibrido umanoide–che avrebbe dovuto farlo al posto suo. Non c’era alternativa, ma era davvero la strada giusta, o si stava allontanando dal set del film?
Terminato lo scheletro bionico, Cyclonius lo immerse in una cultura biologica e gli fece crescere “addosso” un sistema nervoso umano geneticamente modificato–a partire dal cervello vero e proprio, fino a tutte le terminazioni nervose, che si andarono ad intrecciare e fondere con le interfacce uomo/macchina in solfuro di rame dell’androide.
E fu così che, finalmente, dopo anni ed anni di ricerca e di innumerevoli tentatativi, stava prendendo vita la sua creatura. Fu a causa della statura considerevole (oltre 2 metri di altezza) e del tono basso e apatico della sua voce, che Cyclonius, in una rara punta di ironia, gli diede un nome dalla sonorità russa–Karloff–perché gli si addiceva bene.
Il cervello umano del cyborg richiese diverso tempo per adattarsi al suo corpo bionico, come un bambino che cresce e prende coscienza delle sue possibilità sensoriali e di movimento. La genetica dei plasmi e l’atrofizzazione indotta del suo cervello “inconscio” accelerò questo processo, che durò comunque alcuni mesi di cicli di addestramento totalmente computerizzato.
Ma un giorno, all’improvviso, prima di completare la fase finale dell’addestramento, l’androide Karloff scappò dal laboratorio di Cyclonius. Non per volontà, ma per istinto–quell’istinto che Cyclonius aveva cercato di atrofizzare geneticamente, ma che sembrava essere sopravvissuto, in piccole tracce.
Dopo la Quarta Guerra Mondiale, gli oceani erano praticamente scomparsi e una densa biosfera di foreste quasi-tropicali aveva ricoperto tutta la superficie del pianeta, tanto che le comunità umane sopravvissute non potevano spostarsi fisicamente; per questo facevano ricorso al telespazio per incontrarsi.
Ma Karloff era un cyborg sovra-potenziato e si fece pian piano strada nel fitto sottobosco, settimana dopo settimana, strappando con le mani gli arbusti, le liane e le radici che bloccavano il suo cammino. Non aveva mai visto il mondo, e pur non sapendo provare emozioni, si muoveva come se fosse bramoso di conoscerlo. Non si domandava dove stesse andando, ma proseguiva senza saperlo in perfetta linea retta verso Nord.
La luce del sole filtrava in lunghi raggi paralleli dalle alte chiome degli alberi, che d’un tratto si aprirono su una radura ricoperta da erba verde come smeraldi. Al centro della radura, Karloff vide una donna con lunghi capelli dorati e un vestito semi-trasparente che suonava un’arpa luminosa come un cristallo.
Karloff stette immobile davanti a quella musica che non assomigliava a nulla che gli avessero mai fatto ascoltare. Non era stato abituato ad ascoltare le sue emozioni atrofizzate ma pian piano sentiva che il metallo del suo scheletro perdeva peso e vibrava come non gli era mai parso di sentire.
La donna non sollevò lo sguardo nemmeno un attimo, come se fosse a sua volta un cyborg progettato per suonare l’arpa senza fine. Dopo più di un’ora si fermò e guardò Karloff negli occhi con un sorriso dolce: “Vuoi sentire ancora questa musica? È tutta su questo chip, se la vuoi”.
Karloff parlò con una voce nuova senza rendersene conto: “Voglio sentire una canzone che non hai mai suonato per nessuno. La registrerò in questo chip“–indicando il suo petto–”perché nessun’altro possa mai sentirla, oltre a me”.
La donna suonò la canzone che non aveva mai suonato per nessuno, poi se ne andò, scomparendo nei boschi.
Karloff non sapeva più chi fosse veramente e rimase solo, immobile, con lo sguardo fisso sull’arpa di cristallo che stava pian piano svanendo come un miraggio. Per la prima volta nella sua vita, chiuse gli occhi e si mise a piangere.
(continua)


